Martina Degl’Innocenti – Storico dell’Arte


22 marzo 2019

Luogo simbolo della città natale di Monica De Mattei, il Teatro Manzoni si propone come spazio espositivo per le opere dell’artista.

Il teatro è stato fondato nel 1870, quando era ancora in vita Alessandro Manzoni e fu proprio alla memoria del grande autore che, dopo la morte avvenuta nel 1873, l’allora Teatro sociale di Milano cambiò la propria titolazione. A seguito dei bombardamenti del 1943, l’istituzione teatrale fu costretta a chiudere e a cambiare sede; il nuovo edificio, progettato dall’architetto Alziro Bergonzo, fu costruito con tecniche all’avanguardia per quei tempi.

La sala teatrale, nel progetto, era infatti prevista ad un livello sotterraneo, all’altezza della falda acquifera milanese e per la costruzione fu pertanto necessario ideare un ingegneristico ed enorme catino che venne immerso per circa due metri nell’acqua.

Il Teatro Manzoni  si configura quindi, dal punto di vista costruttivo, proprio come la vasca di un acquario, dove, però, al contrario, l’acqua, invece di essere dentro, rimane ben arginata al di fuori. Ed è proprio qui che entrano in gioco le opere di Monica: un “paradiso ittico” che rimanda al mondo acquatico esistente nel sottosuolo di una metropoli, Milano, che facilmente si dimentica essere percorsa, oltre che dai Navigli, da ben tre fiumi: Lambro, Olona e Seveso che, inosservati, corrono per lunghi tratti sotto i piedi dei cittadini.

I nuovi “Oblò 4.0” di Monica, dallo sfondo azzurro chiaro – alle pareti del salottino ovale da cui si accede alla galleria del teatro – sono un preambolo alla mostra e, alludendo alla cabina di un sommergibile, ricordano come il mondo marino sia un vero e proprio “spettacolo da non perdere”.

L’esposizione continua lungo il corridoio di accesso alla galleria in un viaggio subacqueo che parte dalle volute colorate del manto acquoso degli “Oceano 4.0”, per approdare alle fertili matrioske delle “Maternità”, passando attraverso i contrasti spirituali dei “Tao”, giungendo infine ai pieni e ai vuoti dei fluttuanti “Pesci fuor d’acqua” e al loro antitetico “Pesce che non c’è”.

Ricolma dell’energia dei viluppi e degli inusuali inserti cromatici, la rotta marina di Monica conduce al foyer, dove i tondi de “L’Acquario Infinito” – che si riflettono negli specchi della sala, creando un gioco di “infinite” ripetizioni – fanno salire gli ospiti del teatro sul palco di un “acquario al contrario”.

Di fronte all’allestimento della mostra che simula un fantasioso mondo sommerso, nell’osservatore avviene quella stessa “sospensione dell’incredulità” richiesta normalmente agli spettatori durante le rappresentazioni teatrali.

Alla parvenza reale della figurazione di specie ittiche, le forme e i colori incongrui alla verosimiglianza spostano verso una lettura diversa delle opere, più emotiva e magica.

Sotteso a simbologie legate all’infinito e alla fragilità dell’esistenza, il lavoro di Monica vuole restituire la dimensione del presente senza preoccupazioni che riguardino il passato e il futuro, in una condivisione di un momento dai risvolti unicamente positivi: da qui l’energia dei colori e l’allegria di forme che desiderano solo condurre verso gioia e serenità.

Così lo spettatore, davanti a queste opere, è invitato a sospendere l’incredulità di trovarsi in un acquario e ad affidarsi alla “fede artistica”, provando la sensazione di essere lui stesso oggetto di osservazione da parte dei pesci che, ammirandolo, gli trasmettono quella stessa carica emotiva che vivono gli attori sul palcoscenico grazie alla condivisione con il pubblico.

Martina Degl’Innocenti

Storico dell’Arte